Perché in Italia mancano le start-up tecnologiche

07 - 02 - 2013Patrizia Licata
Perché in Italia mancano le start-up tecnologiche

In Italia solo quattro start-up ad alta innovazione sono quotate in Borsa. La nostra Università perde fondi e capacità di trasferimento tecnologico, a danno della competitività economica

Come la cultura e l’informazione sono la base su cui poggia la democrazia di un Paese, l’innovazione tecnologica è il perno della sua competitività. Ciò è doppiamente vero per le economie occidentali alle prese con una lunga fase di rallentamento e con le sfide della globalizzazione, ma l’Italia sta perdendo la sua chance, perché ha la più bassa percentuale di imprese innovative di successo (rivelano I-Com e Fondazione Lilly).

Solo 4 start-up in settori tecnologicamente avanzati compaiono tra le prime 150 quotate a Milano, contro 17 negli Usa, 16 in Germania e 9 in Cina. Generano un fatturato di circa 1 miliardo di euro, contro 325 miliardi di euro negli Usa, 28,5 miliardi in Cina e 15,7 miliardi in Germania; impiegano 3.500 persone, contro 500.000 negli Usa, 200.000 in Cina, 66.000 in Germania e 13.000 in Cile.

L’Italia è anche ultima al mondo per percentuale di giovani imprese che hanno registrato almeno un brevetto: il nostro 4% non regge il confronto con il 15% di Germania e Spagna o il 29% degli Usa. Destiniamo a ricerca e sviluppo l’1,26% del Pil, mentre la media Ocse è dell’1,91% (in Germania si arriva al 2,82%).

La nostra politica è miope perché “nei momenti di crisi non si investe in ricerca e in alta formazione attraverso le università” col risultato che “siamo costretti ad andare all’estero a produrre le idee che domani importeremo, con costi enormi per la nostra economia”, ha detto Andrea Lenzi, Presidente del Consiglio universitario nazionale (Cun).

Proprio il Cun rivela che negli ultimi sei anni i docenti universitari sono stati ridotti del 22%, il Fondo di finanziamento ordinario è sceso del 5% ogni anno dal 2009 e i fondi destinati alla ricerca libera di base sono passati da 50 milioni nel 2008 a 13 milioni del 2012. Così è difficile creare innovazione e collegare università e mondo produttivo.

Per Michele Ficara, presidente di Assodigitale, si potrebbe ripartire da una “fattiva applicazione delle tematiche indicate all’interno dell’Agenda Digitale Europea” declinate in modo sostenibile per l’Italia, anche se, aggiunge, la campagna elettorale sembra indicare che i temi dell’Agenda Digitale, dello sviluppo, dell’innovazione, del sostegno alle start-up e alla ricerca tecnologica non sono ancora una priorità.

Copyright 2012 © Editore Base per Altezza S.r.l. - Partita Iva 05831140966