La via istituzionale come via dello sviluppo

01 - 02 - 2014Flavio Felice

A proposito di “istituzioni inclusive” e “istituzioni estrattive”, per dirla con la felice distinzione operata dagli scienziati sociali Daron Acemoglu e James A. Robinson nel loro fortunatissimo libro Perché le nazioni falliscono (il Saggiatore, 2013), vorrei proporre alcune riflessioni a margine dell’opera economica di un personaggio pressoché sconosciuto ai molti. Mi riferisco al filosofo, riformatore economico, politico e storico abruzzese Melchiorre Delfico.

Premettiamo che per “estrattive” Acemoglu e Robinson intendono le istituzioni che comportano una realtà sociale fondata sullo sfruttamento della popolazione e sulla creazione di monopoli. Così facendo riducono gli incentivi e la capacità di iniziativa economica della maggior parte della popolazione. Per “inclusive” intendono invece quelle che permettono, incoraggiano e favoriscono la partecipazione della maggioranza della popolazione ad attività economiche che facciano leva sui talenti e sulle abilità, permettendo alle persone di realizzare il proprio intimo progetto di vita.

Melchiorre Delfico forse non è stata una figura di spicco dell’illuminismo italiano napoletano, tuttavia ci ha lasciato alcuni spunti interessanti. Nella Memoria sulla libertà del commercio, scritta nel 1797, Delfico affronta la questione a partire da un assunto di ordine filosofico: la libertà è una condizione naturale, ne consegue che il rispetto delle leggi naturali è la condizione necessaria per il raggiungimento della “naturale perfezione”. Il Delfico intende sostenere la superiorità dell’economia libera rispetto al sistema economico vincolato e, a sua avviso, asfittico e innaturale, di tipo feudale; in pratica, propone le istituzioni “inclusive” dell’economia di mercato contro le istituzioni “estrattive” dell’economia feudale.

Delfico, da buon uomo di governo, è consapevole che l’apparato statale è una realtà indispensabile alla vita civile, senza di esso neppure il mercato potrebbe emergere. Il Nostro sembrerebbe incontrare la ricca tradizione del liberalismo delle regole e dell’economia sociale di mercato, per la quale lo stato giocherebbe un ruolo decisivo, in quanto ad esso spetta il compito di essere artefice (certo in modo poliarchico e sussidiario), oltre che garante, delle regole del gioco. Solo uno stato che sia forte in questo ruolo potrà impedire l’emergere di situazioni monopolistiche pubbliche o private che siano e impedire la formazione di “istituzioni estrattive”.

Un ulteriore aspetto meritevole di attenzione è rintracciabile in un’altra sua opera, nel Ragionamento su le carestie del 1818. Il saggio prende spunto dalla carestia che aveva colpito l’Europa tra il 1815 e il 1817. Si tratta di un saggio estremamente interessante, in quanto ci aiuta a comprendere la sua tesi circa la superiorità dell’economia libera su quella feudale. Nel Ragionamento, Delfico esamina i limiti da applicare alla libertà assoluta, affinché questa esplichi tutti i suoi aspetti positivi e i benefici effetti. Dal momento che tali limiti non può che porli lo stato, possiamo affermare che oggetto di tale saggio sia, in ultima istanza, il rapporto tra mercato e stato.

Il Ragionamento muove i primi passi da un’affermazione di principio: “la vera libertà [deve] esser distinta dal libertinaggio, e da ogni eccesso somigliante, e quindi soggetta a quelle modificazioni, e moderazioni, che tornano in maggior bene alla società”. Passando all’individuazione degli strumenti per rendere effettiva la regolamentazione della libertà, Delfico afferma: “Risponderò con una sola parola. Le leggi”. Per il filosofo teramano due erano sostanzialmente le cause delle carestie: le variazioni meteorologiche e la “corruzione”. Per Delfico il mercato andrebbe protetto dalle spinte corruttive e questo sarebbe il compito precipuo dello stato. Quindi, “di prevenire, ed impedire per quanto è possibile le azione ree, e castigar le avvenute”, poiché soltanto una legislazione capace di “impedire le frodi, e gli abusi della forza di qualunque specie” e “di evitare i monopoli [e] le fraudolenti occultazioni” mette il mercato nelle condizioni di operare correttamente e di dispiegare i suoi benefici effetti sulla società civile.

La lezione di Delfico è tutta incentrata sulla fiducia nelle istituzioni inclusive e sull’esigenza che tale cifra istituzionale sia preservata mediante il diritto. Tale posizione fa sì che la sua fiducia non sia un’utopistica fuga dalla realtà e il suo timore non si traduca in cinismo autoritario e totalitario. Il che lo rende distante dai fautori di un laissez-faire incurante del dato storico, insensibile al fatto che le istituzioni sociali fotografano la modalità, sedimentata nella storia, attraverso la quale uomini ignoranti e fallibili, nel corso dei secoli, hanno tentato di risolvere problemi allocativi, in termini di distribuzione delle risorse scarse, di conquista, di mantenimento e di trasferimento del potere e, in generale, in termini di acquisizione e di distribuzione della conoscenza.

Tuttavia, tale fiducia nelle istituzioni lo rende altrettanto distante dai fautori di un certo pessimismo sociale che nega all’uomo la capacità di dar vita a quelle speciali opere d’arte che chiamiamo istituzioni inclusive, caratteristiche della società libera. Siano esse istituzioni politiche, giuridiche ovvero economiche, tutte concorrono affinché l’ignoranza, la fallibilità, la contingenza dettate dalla creaturalità, incontrino la libertà, la creatività, l’unicità e la responsabilità che contraddistinguono, insieme alla limitatezza, la costituzione fisica e morale di ciascuna persona.

Allora, la contingenza e la limitatezza della persona umana non sono superate in forza di uno slancio utopistico, di un incombente “sole dell’avvenire”, di un’ideologia che promette necessari “cieli nuovi e terre nuove” su questa terra, e nemmeno dalla cieca e fiera “volontà di potenza” di un redivivo Leviathan. Continegenza e limitatezza sono invece assunte come antidoto contro la sempiterna tentazione perfettista di confondere il regno degli uomini con il Regno celeste. Di contro, la libertà, la creatività, l’unicità sono assunte come i caratteri umani che consentono di sollevarci dal dato puramente contingente, mediante l’edificazione di istituzioni politiche, economiche e culturali, facendo leva sui nostri stessi limiti, i quali, se opportunamente orientati, si traducono negli strumenti – gli unici peraltro – in grado di accrescere la nostra conoscenza, potendo imparare solo dai nostri e dagli altrui errori.

Il presente articolo è una sintesi del terzo capitolo del libro: F. Felice, Persona, istituzioni e mercato. La persona nel contesto del liberalismo delle regole, Rubbettino, 2013.

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